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Lo spacciatore di noci

  • Immagine del redattore: Angela Catrani
    Angela Catrani
  • 9 giu
  • Tempo di lettura: 2 min

Un paio di mesi fa ho letto Lo spacciatore di noci, di Valentina Misgur, Bompiani.

Ero incuriosita da questa storia, una distopia nata nella scuola di scrittura Bottega Finzioni di Bologna come serie TV per ragazzi e poi diventata romanzo per i tipi di Bompiani.

Il bel romanzo, e infatti ha vinto il Premio Andersen 2026 categoria 9-12 anni, narra le vicende di tre ragazzini che, cresciuti senza mai mangiare cibo "vero", si trovano immersi in una lotta contro la dittatura dei Dodici, che controllano la popolazione attraverso la somministrazione di pillole per nutrirsi drogate.


Ogni volta che si parla di distopia, in particolare di distopie che narrano di dittature, vengono in mente i riferimenti letterari famosi, da Fahrenheit 451 a Il racconto dell'ancella, per citarne due che attraversano il XX secolo.


Eppure, una trasmissione di Radio Tre, Uomini e Profeti, mi ha fatto fare un'associazione azzardata.


In questa trasmissione si parlava della parola vegetarianismo a partire da un libro pubblicato da Carocci, Vegetarianismo. Storia antologica di un'idea moderna.

Questa parola viene coniata in Inghilterra a metà del XIX secolo, e subito trova appassionati sostenitori, soprattutto tra i filosofi e tra chi stava propugnando un'idea nuova per vivere in armonia con la natura, come William Alcott, padre di Louise Mary Alcott, e intransigenti oppositori a questa pratica, non compresa e sentita come estranea al giusto modo di comportarsi.

Nella trasmissione viene citato anche Tommaso Campanella, filosofo del XVII secolo e la sua opera La città del sole, città ideale governata dal Metafisico, una sorta di sacerdote votato al culto del dio Sole, dove vige la comunione dei beni e soprattutto dove non vengono consumati cibi di esseri viventi. Una distopia, dunque, immaginata dal controverso filosofo e domenicano durante gli anni del carcere per eresia.


Nel romanzo di Valentina Misgur, i Dodici dittatori sono votati al culto della Grande Pesca e impediscono alla popolazione di cibarsi di frutta e verdura da quando hanno visto una pesca "piangere e sudare, cioè soffrire". Naturalmente, non ci si ciba nemmeno di carne o latticini, di funghi o legumi, pesci etc. etc. La sopravvivenza viene assicurata da pillole inventate da chimici e soprattutto drogate per assicurare la fedeltà della popolazione.


Quando ai protagonisti viene data da mangiare della frutta secca, per esempio le noci che si possono conservare a lungo, o frutta fresca colta dagli alberi, la reazione è di intenso stupore, ma rimane addosso la convinzione che in fondo la frutta e la verdura possano "sentire" dolore.


Ed ecco che, forse inconsapevolmente, la filosofia entra nella letteratura: un'opera controversa come La città del sole scritta a metà del XVII secolo diventa il riferimento culturale altissimo di quella che viene definita un'opera "solo per ragazzi".


E a me viene da pensare: solo per ragazzi?






 
 
 

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