Orfanezze
- Angela Catrani

- 8 giu
- Tempo di lettura: 4 min
Sono tornate le storie che parlano di lutto e di orfanezza.
La morte, soprattutto in Italia, è ancora il tabù per eccellenza, soprattutto quando il lutto riguardi la madre. Eppure, io sono cresciuta con una miriade di classici dove la madre moriva, era morta, stava per morire tra indicibili sofferenze, muore di parto, di malattia, di sfinitezza o uccisa. Ho pianto tante di quelle lacrime, tra quelle pagine, da non capire, a volte, dove finisse la letteratura e dove iniziasse la vita vera. Credo di avere pianto la mia mamma morta moltissime volte, salvo poi stupirmi moltissimo quando lei dalla cucina mi chiamava per la cena (una, due, tre, quattro, enne volte...), e la vedevo lì, bella arrabbiata per i miei ritardi, inconsapevole che era appena morta di consunzione - cosa che non avevo idea di cosa significasse, ma diamine che bello morire di consunzione, spegnersi come una candela mentre mi diceva che mi voleva il bene del mondo.
No. Decisamente non andava mai a finire così: il più delle volte anzi gli occhi di brace e una certa energia che emanava (la mia mamma era molto giovane quando mi ha avuto!) mi dicevano che sarebbe ricominciata la solita filippica sul rispetto verso gli altri.
Poi, semplicemente, le mamme nei libri non sono più morte.
Sono usciti da poco due libri, uno francese e uno nederlandese, che ho avuto la sorte di leggere in parallelo, pur non conoscendone assolutamente la trama.

Paloma, di Cees va den Berg, tradotto dal nederlandese da Paola Romagnoli, Lupoguido e Non si dice Sayonara, di Antonio Carmona, tradotto dal francese da Mirta Cimmino, Emonsraga.

Intanto diciamo subito che in Italia hanno avuto un'accoglienza strepitosa, vincendo premi e piazzandosi subito tra i finalisti. Meritato tutto, ovviamente.
Sono libri sul lutto della madre, in entrambi casi morta da poco.
La madre di Paloma muore di malattia, lasciando il marito e la figlia distrutti dal dolore e dalla fatica.
La madre di Élise muore improvvisamente e la sua morte è un evento catastrofico e indicibile.
Non mi piace fare spoiler, anche se trovo abbastanza ridicolo, quando si deve parlare di un libro, doverne tacere la trama, ma su questo scriverò un altro post perché so che può essere divisivo.
Insomma, il padre di Paloma si rifugia, ahimè, nell'alcool: ha accettato il lutto, ma non riesce più a dirsi persona singola, senza la moglie accanto. Nemmeno la presenza della figlia, i suoi bisogni e i suoi sogni, sono capaci di aiutarlo in questo dolore pervicace e persistente. La depressione incombe. Ma Paloma ha due alleati: una capra come animale domestico - lo spassosissione Napoleon - e un numero misterioso di telefono. E soprattutto, Paloma, ha un sogno grande, grandissimo che può forse aiutarla e aiutare il padre. Per questo parte e va ad Amsterdam.
L'impianto del libro è classico: c'è un evento tragico, la necessità di cambiare aria, il viaggio dell'eroe, l'incontro con altri, la salvezza. Il tutto condito da un lieve realismo magico, sospeso tra sogno e realtà. C'è tanta musica, molta gentilezza e dolcezza.
Non si dice Sayonara è un libro più difficile, dove il dolore si fa pietra nel cuore del padre di Élise. Intanto, la madre era giapponese e il padre vieta che la figlia possa di nuovo parlare in giapponese. Per quattro anni la bambina non può più nominare la madre, la stanza del pianoforte della donna viene chiusa, i suoi spartiti seppelliti e il suo amato ciliegio lasciato morire. Ma il padre mantiene un contatto tenero con la bambina, la relazione continua a funzionare, la bambina sente amore intorno a sé.
Quando conosce meglio una compagna di classe assolutamente libera nelle sue manifestazioni, Stella, e l'amicizia apre anche alla possibilità di poter ricordare la madre e il suo essere mezza giapponese, ecco che il cuore indurito del padre viene paragonato al cattivo dell'anime Naruto. La missione di Élise diventa quello di poter liberare il padre da Orochimaru.
Finché, come un diavolo della Tasmania, arriva dal Giappone la nonna, imbufalita dal fatto che per quattro anni sia stata ignorata dal genero, che le ha impedito anche di frequentare la nipote.
La presenza della nonna scardina e porta disordine, risistema i cuori, forza le porte chiuse.
Ricominciano i parallelismi: entrambi i libri sono scritti da uomini, in entrambi i libri il lutto dei padri è un po' troppo centrale rispetto ai sentimenti delle due bambine. C'è, a mio parere, un po' troppa adultità e poca attenzione per il terremoto emotivo che la morte della madre può provocare nelle figlie femmine.
Questo aspetto è più sfumato in Paloma, dove il padre è perso nell'alcool per buona parte del romanzo, ma si sente molto di più in Non si dice Sayonara, dove il padre è un po' troppo presente. In entrambi i libri, però, il lutto delle due bambine non è raccontato, come se il dolore fosse ancora poco osservato. Eppure la prima persona poteva favorire un racconto del dolore almeno un po' più puntuale.
Si è parlato spesso di come raccontare ai bambini la morte, ma come si affronta il dolore di chi rimane?

In La mia nonna ratto, di Stella Nosella, Terre di mezzo editore, l'autrice parla del dolore della protagonista, Sveva, che rifiuta a tal punto l'assenza della nonna, da immaginarsela ricomparsa sotto forma di ratto. Sveva affronta tutte le fasi del lutto, a partire dall'incredulità e dal rifugiarsi nell'altrove, dove una nonna può benissimo essersi trasformata in un ratto.
Ecco che il dolore della bambina prende corpo, diventa un ratto (immaginario?) e si scontra con il dolore degli adulti, razionale e funzionale.
Anche in questo romanzo l'ironia aiuta a superare le fasi più acute della mancanza. Come in Paloma, dove la presenza della capra è un ottimo espediente narrativo ironico, la relazione tra il ratto e Sveva è tutto da ridere.
Nel dolore, infatti, non scompare la vita, che continua a scorrere nonostante tutto.
La letteratura deve aiutare i lettori a immaginarsi gli eventi della vita, perché loro possano poi trovare un rifugio, un posto sicuro, dove poter anche far morire la mamma di consunzione!




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